Perdersi nell’incertezza per recuperare l’audacia

Blink - Officina Low e l' incertezza
Quando ho conosciuto i componenti dell’officina di comunicazione BLINK devo ammettere che tutti a posto non mi sono sembrati, parlano un linguaggio tutto loro con tanto di blinkario, addirittura hanno una loro filosofia, anzi filosofAzione, fatta di aforismi, che guarda caso hanno battezzato b_linkismo e come se non bastasse tra di loro si chiamano b_linkisti manco venissero da un altro pianeta.

Insomma qualche perplessità c’era. Tuttavia ho sentito una sintonia d’intenti, come un’alchimia, sarà perché la sua fondatrice, Cristiana Giacchetti, si chiama come me e abbiamo anche un cognome simile. Tutte e due di origini marchigiane oltre che con una passione comune, i cani. Oppure sarà per le riflessioni che sono scaturite da quell’incontro.

Il risultato è questo scambio di riflessioni, non un’intervista, ma una chiacchierata tra me, Cristiana, e l’altra Cristiana.

Sull’incertezza e sulla costruzione di un senso, ho praticamente basato la mia vita, e non parlo solo dell’aspetto professionale. Fatico a vivere in una dimensione dove la tendenza è quella di separare gli aspetti che compongono la nostra esistenza: il tutto è per me da sempre, sopra ogni parte, custode di un significato ancora più forte ed autentico. Tu che ne pensi?

La ricerca di significato è il senso che diamo alla vita, grazie agli obiettivi che ci diamo e ai progetti che perseguiamo. Credo che in questo modo il tempo non diventi solo tempo che scorre. Ma dobbiamo anche mettere in conto che le cose accadono a prescindere da noi e se cerchiamo di dare un significato a tutto quello che succede rischiamo di cadere nella trappola della formula matematica di 1+1=2, interpretando i fatti come fatti personali. Invece la vita avviene al di là di noi. Ed è in questo che essa è incerta. Cercare di prevenire, dando certezza a un fatto incerto, ci mette in una posizione ancora più scomoda, perché ancora più provvisoria dell’incertezza stessa, che al contrario fa parte del nostro esistere. Questo non vuol dire che dobbiamo attendere che una tegola ci cada in testa o che le polpette piovano dal cielo, ma al contrario, attraverso le nostre azioni, possiamo modificare il senso degli eventi che succedono. “La vita non è quello che ti accade, ma ciò che fai con quello che ti succede”, diceva lo scrittore Aldous Huxley e quindi ogni fatto ci porta a sviluppare competenze e risorse differenti così come ad acquisire nuovi punti di vista.

 

Non so se sia per un fatto di esperienza, ma con il tempo ho maturato l’idea che io non possa fare a meno di scegliere le strade più impervie e impegnative. Tuttavia, ammetto di non essermene ancora pentita. Forse perché trovo più soddisfazione nell’affrontare quelle situazioni meno convenzionali, quelle che alcuni, per intenderci, chiamerebbero “le cause perse”, ma che dal mio punto di vista, se affrontate con una nuova visione e creatività, ti riempiono occhi e cuore di un orgoglio infinito.

Secondo me qualcuno ti definirebbe masochista. Scherzi a parte. Io credo di avere una visione meno romantica della tua, ma tutto sommato in egual modo interessata a quello che nella nostra realtà non funziona, più che a quello che ha successo. Forse perché lì posso fare la differenza. Non sarà un caso che uno degli aforismi di Blink è proprio “occuparsi di ciò di cui molti si preoccupano ma di cui pochi si occupano,” ovvero il problema. Quindi se per cause perse intendi le realtà problematiche, siamo masochiste in due.

 

Forse ho visto troppe puntate del tulipano nero o troppe volte le avventure di Robin Hood e Little Jonh?! Chissà, ma ormai è fatta. Fatto sta che quello che vediamo non è tutto, ovvero non esiste un’unica e sola visione, C’è sempre qualcosa di più, basta aver voglia di vederlo e cercarlo, basta aver voglia di mettersi in gioco, di liberare la nostra curiosità e di non temere per quello che potrebbe accadere.

Questa è un’ottima attitudine. Tuttavia dobbiamo ammettere che a volte, di fronte ad un problema, tendiamo a replicare le stesse azioni del passato o a copiare soluzioni altrui, non contemplando il fatto che ciò che ha funzionato in passato non è detto che funzionerà ancora, perché la realtà non si riproduce senza modificazioni. Non sempre, quindi, siamo disposti a vedere quel qualcosa in più, ma soprattutto quel qualcosa di differente. Tendiamo a fermarci alle apparenze oppure ai luoghi comuni tipici di chi ci dice “è così che tutti fanno” oppure “è così che ha sempre funzionato”. Solo che questi luoghi comuni non producono cambiamento, non creano innovazione.

 

Sono anni che cerco, anni che sperimento, anni che agisco, sbaglio, cado e mi rialzo. E, con il senno di poi, credo che ogni aspetto abbia acquisito un suo perché. Un curriculum di studi in comunicazione non mi era sufficiente per continuare nel mio operato e così ho deciso di indagare ancora più a fondo il settore della comunicazione, entrando in punta di piedi nel teatro, senza sapere bene, fin dove mi avrebbe condotta. Ma del resto, ogni azione porta in sé il suo grado di rischio, altrimenti, che gusto ci sarebbe?

Purché il rischio non coincida con l’essere seduto sulla dinamite, attendendo che la miccia scoppi. A volte, infatti, una situazione è rischiosa proprio perché, e qui torniamo al tema dell’incertezza, ne valutiamo di più le probabilità che avvenga piuttosto che le conseguenze. Se invece spostiamo la riflessione sul secondo livello, allora tenderemo a lavorare sulla nostra preparazione per affrontare quella determinata situazione. Quindi non so dirti se io sia audace, ma forse, come direbbe Nicholas Nassim Taleb, mi sento più sanamente paranoica. O forse sono audace e non lo so. O forse una è conseguenza dell’altra.

 

Che sia audacia o meno, credo che sia proprio per questa mia attitudine che mi piace pensare alla mia vita come a una piccola bottega artigiana dove ogni giorno, con pazienza e un pizzico di maestria, mi impegno affinché un progetto possa vedere la “sua” luce o addirittura un sogno possa finalmente realizzarsi nella sua meravigliosa unicità. E tra l’altro questo è proprio uno degli aspetti che mi ha fatto sentire più in sintonia con Blink che da agenzia di comunicazione ha deciso di ribattezzarsi officina della comunicazione, con l’obiettivo di differenziarsi da altre realtà che potevano apparire analoghe, per percorrere una strada rivolta a valorizzare e conferire unicità alla comunicazione delle aziende, delle persone e degli stessi progetti che sviluppa.

Prima di tutto ti ringrazio delle belle parole. Poi sul fatto che si stia riuscendo a produrre valore, non sono io a poterlo dire, ma sono gli altri. Quello che posso dire è che parlare di Blink non è mai semplice, proprio perché affronta la comunicazione nella sua complessità. Quello che posso raccontarti è che a un certo punto, proprio come te, ho sentito il desiderio di indagare la comunicazione sotto diverse prospettive. E dopo anni di formazione e sperimentazione, siamo approdati a un modello che ci permette di intervenire a più livelli della comunicazione, in contesti e in realtà differenti. Dalla branding communication alla costruzione di paradigmi imprenditoriali, passando per la facilitazione della cultura organizzativa, fino ad affiancare i professionisti nella creazione della propria rappresentazione professionale. Alla base di tutti questi interventi l’elemento comune è la comunicazione, o meglio la costruzione dei processi comunicativi, vale a dire cosa intendiamo comunicare e come in conseguenza lo rappresentiamo. In sintesi, non so se il nostro obiettivo sia costruire una comunicazione autentica, tranne che con essa tu non intenda una comunicazione differente, perché integrata tra il sistema che comunica e il contesto cui la comunicazione è rivolta. Io penso piuttosto che la nostra unicità sia in divenire e che l’autenticità sia proprio la capacità di esprimere ciò che siamo in ciò che facciamo. Ad esempio Blink è ciò che faccio e quindi esprime una porzione di ciò che sono ora, non ieri e non domani. Proprio per questo dico che Blink è “diventato, facendo”, non perché avessi una strategia studiata a tavolino sulla mia autenticità.

 

E questo non è rischioso? Magari qualcuno potrebbe dire un po’ da “spostati”? Ma, il punto per me è questo, quando vivi intensamente e come una “missione” il tuo lavoro, sviluppi in te la stessa determinazione che una Carpa ha nel risalire la corrente.

Io la definisco scommessa. Vuol dire scommettere su te stesso e sui vantaggi che potresti ottenere da questa scommessa. Io ho scommesso su Blink e sul suo approccio, nonostante quando parlo della nostra officina della comunicazione mi senta ripetere “ma cosa fate?”, “non capisco!”. Tuttavia mi rendo conto che non potrebbe essere diversamente, perché come fai a spiegare qualcosa che non ha parametri di riferimento? Noi umani tendiamo umanamente ad associare la realtà che viviamo alle nostre esperienze. Ecco perché dico che Blink non può essere spiegata, ma va esperita. Poi però bisogna anche saper riconoscere le critiche costruttive, quelle che ti portano a un quid in più, così come bisogna saper apprendere dai fallimenti portando la tua idea all’esterno e da essi riflettere su cosa fare di differente.

 

Ma il punto è proprio questo. Anch’io nella vita ho scelto di “comunicare”. Ho deciso di mettere a disposizione degli altri il mio “capitale umano”. In che modo? Chi può dirlo? Ma convengo con te sul fatto che ogni situazione è a sé e in conseguenza merita di essere affrontata in maniera personale e distintiva. Dal mio punto di vista è un po’ quello che succede in cucina. È evidente che il risultato di una ricetta sia determinato dalla preparazione dello chef, ma nel momento in cui lo stesso decide di sperimentare, al di là della tecnica, lui non potrà mai essere sicuro del risultato. Tuttavia, il rischio del fallimento, non gli impedisce di ‘azzardare’, di mettersi in situazioni scomode e rischiose andando oltre i suoi limiti. È quindi questo che ci differenzia? La capacità di uscire dai propri “schemi” e dalle proprie “paure”?

O forse è proprio quello che ci accomuna. Nel senso che la paura è proprio quell’emozione che ha spinto l’uomo a esplorare l’ignoto. Ogni persona prova paura di fronte all’incerto, la differenza è come utilizziamo tale emozione, se per costruire qualcosa di nuovo o per ancorarci alle nostre certezze che reputiamo meno spaventose, ma, dal mio punto di vista, molto più rischiose. E in tal senso credo che tu abbia fatto un esempio molto interessante, quello degli chef, perché loro possiedono quell’attitudine che noi b_linkisti chiamiamo visione errante, secondo la quale “errando si sbaglia e sbagliando si cambia”. Insomma sanno usare la progettazione, che, riprendendo le parole dello chef Bottura, “è l’essere in grado di maneggiare l’irrazionalità.”

In sincerità, io non ho certezze: ma quello che credo è che talvolta sia necessario perdersi nell’incertezza per poter riconquistare l’audacia.

E che comunicazione sia.

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Attrice, sognatrice compulsiva e blogger multitasking.

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